Capricci & co.

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Capricci & co.

Da che mondo è mondo, i genitori di ogni Paese e di ogni epoca hanno dovuto misurarsi con i capricci dei propri figli; negli ultimi tempi, però, si sta assistendo alla crescente l’incapacità di alcuni adulti nell’affrontare ed arginare le crescenti richieste dei figli che spesso esplodono in maniera violenta ed irrazionale. Non sarebbero capricci, altrimenti.
In un passato -neppure troppo lontano- era consuetudine ammonire e reprimere con severità gli atteggiamenti dei bambini che sfidavano l’autorità degli adulti, intesa non dei genitori, ma anche degli educatori scolastici e alle “persone grandi” in generale con cui il bambino entrava in contatto.
Al giorno d’oggi, invece, alcuni genitori tendono a preferire un atteggiamento il più possibile amichevole con i loro figli, se non paritario, addirittura; questo cambio di rotta potrebbe essere dettato dal (segreto?) timore che gli adulti hanno rispetto al termine “autorità”? Sono i figli ad averne paura o sono piuttosto i genitori?
La domanda è intuitivamente retorica.

Dizionario alla mano, in effetti ci rendiamo tutti conto che il termine “autorità” possa essere decisamente ruvido se non anacronistico tout court.
La Treccani ne riporta la seguente definizione: “Autorità s. f. [dal lat. auctorĭtas -atis, propr. “legittimità”]. Posizione di chi è legalmente investito di poteri e funzioni di comando: l’autorità dello stato] ≈ diritti, potere, potestà.
Un po’ stride con i nostri anni..in effetti!
Probabilmente questo severo e polveroso metodo educativo (mah?) non funziona neppure per i nostalgici dell’ancien régime (dai, non ha funzionato neppure per te da bambina, diciamolo, hai seguito sempre la tua testolina…) e deve per forza di cose essere superato da un pensiero moderno, fresco e potenzialmente vincente!
Quindi cosa sarebbe meglio fare con i capricci dei pargoletti?

Abbiamo una serie di buone pratiche che consistono nel:

  • Rafforzare il momento positivo successivo: cioè, se siamo alle prese con il capriccio della sera (“pigiama no!” “lavare denti, no!” “spegnere la tv, no!” e similari…) potremmo elencare al bimbo tutte le attività piacevoli che verranno dopo (“coccole nel lettone” “lettura fiaba preferita” “inventare la storia della buonanotte” …
  •  Lodare i comportamenti virtuosi: far notare al bambino quando si comporta bene, magari appuntandolo su un quadernino e dargli un premio quando viene raggiunto un obiettivo
  • Stabilire delle regole (e rispettarle!): dare al bambino delle indicazioni chiare sui tempi di permanenza davanti alla Tv o alla consolle di un videogioco. Quando è il momento di spegnere o di smettere di giocare, il genitore deve essere deciso (sembra tutto così semplice, vero, mamma?).

Abbiamo anche delle cose da NON FARE, eccole qui:

  • Non ad affermazioni dettate dalla rabbia (gli adulti dovrebbero essere in grado di gestirla): per placare un capriccio non serve (anzi è controproducente al massimo) dire al bambino frasi tipo “ti lascio al buio in punizione” o “mamma adesso va via perché sei cattivo” o peggio ancora “mamma non ti vuole più bene”.
  • Evitare i paragoni con i comportamenti virtuosi (si, vabbè, come no!) di fratelli/sorelle/cugini/vicini di casa/bambini immaginari, servono solo a scatenare rabbia e gelosia.
  •  Cercare di non alzare le mani: (lo so, questo punto è il più difficile da mettere in pratica!) i comportamenti violenti generano un modello che i bambini introiettano e ripetono.
  • Non urlare: il metodo “urlo più forte, quindi vinco” non funziona quasi mai, anzi, di solito scatena crisi isteriche difficili da arginare.

Uno degli compiti dell’educazione –anche se non apertamente dichiarato- sembra essere quello di piegare la volontà del bambino per renderlo obbediente alla volontà, più forte per ovvi motivi, dell’adulto, secondo dei principi morali ritenuti corretti e indubbi, unici modelli da seguire.
Maria Montessori scriveva così nei primi del Novecento in un saggio che è rimasto nella storia della Pedagogia: “Il piccolo rivela se stesso solo quando è lasciato libero di esprimersi, non quando viene coartato da qualche schema educativo o da una disciplina puramente esteriore”.
Lo scopo dell’educatore invece è quello di coltivare la volontà del bambino e far sì che essa sbocci e splenda.

Il maestro deve ridurre al minimo il proprio intervento. Non è un insegnante che sale in cattedra e dispensa dall’alto il suo sapere, ma deve essere un angelo custode, deve vigilare affinché il bambino non sia intralciato nella sua libera attività. Deve osservare molto e parlare poco“, Maria Montessori.

In base a queste idee, ricordiamo che parliamo di un’epoca in cui era impensabile sovvertire l’ordine costituto, la nostra pioniera elabora i TRE GRADI DELL’OBBEDIENZA:

Nel primo grado il bambino ubbidisce solo occasionalmente, non sempre. Una certa abilità ed una certa misura di maturità sono necessarie per poter attuare l’azione comandata. In questa fase tutto ciò che rimanda ad un comportamento capriccioso, deve essere analizzato dall’adulto. Per questo motivo un bambino prima dei tre anni non può essere ubbidiente, se il comando ricevuto non corrisponde all’impulso vitale e anche successivamente non è detto che il piccolo riesca ad agire secondo la volontà di un altro individuo (l’adulto) né a comprendere la ragione di fare quello che si vuole da lui. Alcuni progressi sono il risultato di una formazione interiore, una maturazione, che passa attraverso diversi momenti. In questo periodo di formazione può avvenire che il bambino riesca talvolta a compiere un’azione comandata, ma questa corrisponderà ad una acquisizione di maturità interiore appena fatta; solo quando l’acquisizione è diventata salda e permanente, la volontà ne può disporre. critiche, può ostacolare lo sviluppo interno che è in atto. (da Maria Montessori, “La mente del bambino”).

Lo scopo dell’educatore, e il primo educatore è il genitore, è quello di aiutare il figlio evitando con la repressione di distruggere e piegare la volontà del bambino.

Il secondo grado viene raggiunto quando il bimbo può ubbidire sempre (ossia quando non vi sono più ostacoli dipendenti dal grado del suo sviluppo). Le sue abilità ben consolidate possono ora venir dirette, non solo dalla sua volontà, ma anche dalla volontà di un’altra persona”. (Maria Montessori, “La mente del bambino”).

Ovviamente ciò non significa che il bambino ubbidirà costantemente e sotto ogni aspetto, ma si spiega che in questa fase ciò è possibile perché esso ha raggiunto un certo grado di sviluppo.

Nel terzo grado l’ubbidienza è diretta verso una personalità della quale egli sente la superiorità. È come se il bimbo si rendesse conto del fatto che l’insegnante è capace di fare cose superiori a quelle che può fare lui: è come se dicesse a sé stesso: “Questa persona, che sta tanto al di sopra di me, può penetrare nella mia intelligenza, con un suo speciale potere e farmi grande quanto lei. Agisce dentro di me!
Ottenere ubbidienza da individui che hanno già sviluppato la loro volontà, ma che hanno liberamente deciso di seguire la nostra, è molto differente. Questo tipo di ubbidienza è un atto di omaggio, un riconoscimento di superiorità dell’insegnante, che dovrebbe essergli di grande soddisfazione” (Maria Montessori, “La mente del bambino”).

Arrivare al terzo stadio dell’obbedienza è un grande privilegio che viene offerto all’adulto; esso è un servitore dello spirito del bambino, poiché aspira a questo tipo di obbedienza che non è inibizione o repressione, ma manifestazione di volontà cosciente.

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